07-09-2026

Lo Spettrofotometro: misurare il colore oltre la percezione visiva

Spettrofotometro - Consulenti Colorimetria

Nel controllo qualità industriale, misurare il colore in modo oggettivo è spesso più complesso di quanto sembri: l’occhio umano è soggettivo, condizionato dalla luce ambientale e dalla stanchezza visiva.

Lo spettrofotometro nasce proprio per superare questi limiti, fornendo un dato numerico preciso e ripetibile su cui aziende, laboratori e reparti di controllo qualità possono basare le proprie decisioni.

Capire cos’è uno spettrofotometro, come funziona e quali tipologie esistono significa comprendere come il colore possa diventare un dato oggettivo, misurabile e condivisibile lungo tutta la filiera produttiva.

Che cos'è uno Spettrofotometro

Uno spettrofotometro è uno strumento di misura ottico che analizza la luce riflessa o trasmessa da un materiale per determinarne il colore in modo oggettivo, numerico e ripetibile nel tempo. A differenza della valutazione visiva, che dipende dall’osservatore e dalle condizioni di illuminazione del momento, lo spettrofotometro restituisce dati confrontabili tra operatori, turni e stabilimenti diversi.

Nell’ambito della colorimetria industriale, questo strumento rappresenta il riferimento principale per definire, controllare e comunicare il colore lungo l’intera filiera produttiva, dal laboratorio di formulazione fino al controllo qualità in linea, trasformando una valutazione altrimenti soggettiva in un dato verificabile e condivisibile tra reparti, fornitori e clienti.

Non a caso, quando si parla di spettrofotometro per vernici, spettrofotometro per carrozzeria o strumenti per il controllo colore di tessuti e materie plastiche, ci si riferisce sempre alla stessa categoria di dispositivo, declinata in configurazioni diverse in base al settore di impiego.

Le sue prestazioni non sono definite in modo arbitrario: il funzionamento e i criteri di taratura degli spettrofotometri fanno riferimento a standard internazionali riconosciuti, elaborati da enti come la CIE (Commission Internationale de l’Éclairage) e recepiti in norme tecniche ISO e DIN.

Questo quadro normativo condiviso è ciò che permette a due strumenti diversi, utilizzati in stabilimenti o paesi differenti, di restituire misurazioni del colore realmente confrontabili.

A cosa serve lo Spettrofotometro e cosa misura

Lo spettrofotometro misura la quantità di luce riflessa o trasmessa da un campione lungo l’intero spettro del visibile, restituendo una curva spettrale che descrive con precisione il comportamento ottico del materiale a ciascuna lunghezza d’onda.

Da questa curva il software dello strumento calcola i principali valori colorimetrici, come le coordinate CIELab e gli indici di differenza colore (delta E), utilizzati per confrontare oggettivamente due campioni.

La misurazione può avvenire in due modalità distinte, scelte in base alla natura del materiale. Nella misura per riflessione, adatta a superfici opache o semi-opache come vernici, tessuti e metalli, illuminante e sonda si trovano sullo stesso lato del campione e la percentuale di luce che ritorna alla sonda, variabile tra 0 e 100%, definisce il dato spettrale.

Nella misura per trasmissione, indicata per materiali trasparenti o semi-trasparenti come vetro, film plastici e liquidi, la sonda è posizionata sul lato opposto rispetto all’illuminante e rileva la luce che attraversa effettivamente il campione.

Nei processi industriali, questa capacità di misura si traduce in una serie di applicazioni concrete e quotidiane:

  • verificare che un lotto di produzione rispetti lo standard cromatico approvato dal cliente
  • quantificare in modo oggettivo lo scostamento tra un campione e il colore di riferimento
  • supportare il laboratorio nella formulazione di nuove tonalità e nella correzione colore
  • garantire la ripetibilità del colore tra fornitori, linee produttive e stabilimenti diversi
  • documentare in modo tracciabile la conformità cromatica ai fini della qualità

Un caso frequente nella pratica industriale è quello di un’azienda che riceve una fornitura di materiale colorato da due stabilimenti diversi: solo il confronto dei dati spettrali, e non la valutazione a occhio, permette di stabilire con certezza se entrambi i lotti rientrano nella tolleranza cromatica concordata, evitando contestazioni, resi e fermi produzione.

Questo approccio applicativo rende lo spettrofotometro uno strumento imprescindibile ovunque il colore rappresenti un requisito di prodotto misurabile, e non solo un elemento estetico, riducendo gli scarti legati a non conformità cromatiche e rendendo più rapido ed efficace il dialogo tecnico tra fornitore e cliente.

Come è fatto uno Spettrofotometro: i componenti principali

Al di là delle differenze tra i vari modelli, la struttura di uno spettrofotometro per applicazioni colorimetriche si basa su alcuni componenti principali, ciascuno con una funzione specifica nel processo di misura.

  • Illuminante: la sorgente luminosa, generalmente a led, allo xeno o alogena, che irradia il campione con una luce di riferimento nota.
  • Sistema ottico e sfera integratrice: l’insieme di lenti e specchi che convogliano la luce, spesso completato negli strumenti da banco da una sfera integratrice in grado di raccogliere in modo uniforme la luce riflessa, riducendo l’influenza della geometria della superficie.
  • Monocromatore: il componente che scompone la luce raccolta nelle diverse lunghezze d’onda, permettendo l’analisi punto per punto dello spettro visibile.
  • Rivelatore: una serie di fotodiodi o sensori che misurano l’intensità della luce a ciascuna lunghezza d’onda, trasformandola in segnale elettrico.
  • Software di elaborazione: il sistema che converte i segnali raccolti in valori spettrali e colorimetrici leggibili dall’operatore.

Un aspetto strettamente legato ai componenti ottici è la geometria di misura, cioè la disposizione reciproca di illuminante e sonda rispetto al campione.

Le geometrie più diffuse in ambito industriale sono la d/8, basata su una sfera integratrice che raccoglie la luce diffusa in tutte le direzioni, e la 45/0, che illumina il campione a 45 gradi e rileva la luce riflessa perpendicolarmente.

La prima è particolarmente indicata per superfici opache e texturizzate, la seconda per superfici lucide dove si vuole escludere la componente speculare dalla misura.

La combinazione di questi elementi consente allo strumento di funzionare sia come spettrofotometro da banco, pensato per le misurazioni di laboratorio ad alta precisione, sia come spettrofotometro portatile, progettato per il controllo diretto in produzione o presso il fornitore.

Come funziona uno Spettrofotometro

Il funzionamento dello spettrofotometro segue un processo progressivo, comune alla maggior parte degli strumenti destinati alla misurazione del colore industriale.

Innanzitutto, l’illuminante irradia il campione con una luce di riferimento nota, distribuita in modo uniforme sulla superficie da analizzare. La luce, interagendo con il materiale, viene in parte assorbita e in parte riflessa o trasmessa, in base alle caratteristiche fisiche e chimiche della superficie.

La sonda dello strumento raccoglie questa componente luminosa e la invia al monocromatore, che la scompone nelle diverse lunghezze d’onda comprese nel range del visibile, indicativamente tra i 400 e i 700 nanometri.

A questo punto il rivelatore misura l’intensità della luce per ciascun intervallo spettrale, generando una serie di dati che il software trasforma in una curva di riflettanza o trasmittanza. Da questa curva vengono infine calcolati i valori di tristimolo XYZ e le coordinate colorimetriche CIELab, che permettono di posizionare il colore misurato in uno spazio colore standardizzato e di confrontarlo con precisione con altri campioni.

Poiché non è possibile registrare un valore per ogni singola lunghezza d’onda, lo strumento acquisisce i dati a intervalli regolari: l’intervallo minimo per ottenere una misura spettrale univoca è di 20 nanometri, corrispondente a 16 punti di misurazione lungo il range del visibile.

Pur potendo tecnicamente arrivare fino a 256 punti, i software di elaborazione più diffusi lavorano tipicamente con 31 punti, a intervalli di 10 nanometri: un livello di dettaglio individuato come equilibrio ottimale tra accuratezza e velocità di elaborazione, sufficiente a garantire risultati affidabili nella quasi totalità delle applicazioni colorimetriche industriali, senza appesantire i tempi di misura in linea.

I dati spettrali raccolti vengono poi convertiti in valori di tristimolo XYZ, che esprimono in termini numerici la risposta dell’occhio umano alle componenti rossa, verde e blu della luce riflessa o trasmessa.

Per ottenere una rappresentazione più vicina alla percezione visiva reale, questi valori vengono a loro volta mappati nello spazio colore CIELab, dove l’asse L descrive la luminosità, l’asse a la tendenza tra rosso e verde e l’asse b quella tra giallo e blu: è proprio in questo spazio tridimensionale che vengono calcolate le differenze colore, come il delta E, utilizzate quotidianamente nel controllo qualità industriale.

In questo processo, gli spettrofotometri da banco offrono generalmente una risoluzione spettrale più elevata, ideale per la validazione degli standard cromatici in laboratorio, mentre i modelli portatili privilegiano rapidità e maneggevolezza per le verifiche dirette in reparto o sul campo.

Quali sono i tipi di Spettrofotometro: portatili e da banco a confronto

La distinzione più rilevante in ambito industriale è quella tra spettrofotometro da banco e spettrofotometro portatile, due tipologie di strumento pensate per esigenze applicative differenti.

Lo spettrofotometro da banco è progettato per l’uso in laboratorio, dove le condizioni di misura possono essere tenute costanti e controllate. Offre generalmente un’accuratezza superiore, spesso grazie a una sfera integratrice di maggiori dimensioni, ed è lo strumento più indicato per attività come la formulazione di nuove tonalità, la validazione degli standard cromatici e la creazione di librerie colore di riferimento.

Lo spettrofotometro portatile, invece, è concepito per essere utilizzato direttamente in produzione, in magazzino o presso il fornitore, senza dover prelevare campioni da inviare al laboratorio.

La sua leggerezza e la rapidità di misura lo rendono ideale per i controlli in linea, per le verifiche in ingresso merce e per tutte le situazioni in cui il colore deve essere valutato nel punto stesso in cui viene prodotto o applicato.

In generale, conviene orientarsi verso uno strumento da banco quando la priorità è la massima precisione in condizioni controllate, mentre uno spettrofotometro portatile risulta preferibile quando serve flessibilità operativa e la possibilità di misurare il colore in più punti della filiera produttiva, anche al di fuori del laboratorio.

Un esempio ricorrente è quello di un’azienda con più stabilimenti produttivi: il laboratorio centrale utilizza uno spettrofotometro da banco per definire e validare lo standard cromatico ufficiale, mentre i singoli reparti o le sedi periferiche impiegano spettrofotometri portatili per verificare, in autonomia e in tempi rapidi, che la produzione corrente rientri nella tolleranza cromatica approvata.

Come si usa lo Spettrofotometro: le applicazioni nei settori industriali

Al di là degli aspetti tecnici, il valore dello spettrofotometro si misura soprattutto nel modo in cui viene impiegato all’interno dei diversi settori industriali, dove il controllo del colore incide direttamente sulla qualità percepita del prodotto.

Nel settore delle vernici e dei rivestimenti, lo spettrofotometro è determinante per verificare la corrispondenza cromatica tra i lotti di produzione e per supportare la formulazione di nuove tonalità, riducendo tempi e scarti di laboratorio: è il caso, ad esempio, della verifica di conformità di una tinta RAL richiesta da un cliente prima della consegna del lotto, dove un riscontro oggettivo evita rilavorazioni costose a valle.

Nel comparto delle materie plastiche, lo strumento permette di controllare la colorazione dei materiali e dei manufatti stampati o estrusi, garantendo uniformità cromatica anche tra fornitori diversi di materia prima.

Nel settore tessile e dell’abbigliamento, la misurazione spettrofotometrica è essenziale per assicurare la coerenza del colore tra filati, tessuti e capi finiti, un aspetto critico quando la produzione coinvolge più stabilimenti o subfornitori dislocati in aree geografiche diverse: condividere un dato spettrale, anziché una campionatura fisica del tessuto, permette a brand e subfornitori distanti di approvare un colore in tempi molto più rapidi.

Per il comparto di inchiostri e imballaggi, lo spettrofotometro garantisce la fedeltà cromatica della stampa rispetto agli standard di brand, un requisito fondamentale per il packaging destinato alla grande distribuzione.

Nel settore cosmetico, lo strumento supporta lo sviluppo e il controllo qualità di prodotti come fondotinta, rossetti e ombretti, dove la precisione cromatica incide direttamente sulla soddisfazione del cliente finale.

Nell’industria della pelle, infine, lo spettrofotometro consente di monitorare la colorazione durante i processi di concia e tintura, contribuendo a mantenere l’uniformità tra le diverse partite di materiale.

Un ambito applicativo a parte, ma altrettanto rilevante, è quello della carrozzeria automotive, dove lo spettrofotometro per carrozzeria viene utilizzato per identificare con precisione la tonalità originale della vernice di un veicolo, anche in presenza di variazioni dovute a invecchiamento o esposizione UV, riducendo il margine di errore nella scelta della formula di ripristino.

In tutti questi contesti, il vero valore dello spettrofotometro non consiste soltanto nella precisione della misura, ma nella possibilità di prendere decisioni sulla conformità del colore sulla base di criteri oggettivi e condivisi, anziché sull’esperienza o sulla percezione del singolo operatore.

Il ruolo strategico nella gestione del colore

Lo spettrofotometro non va inteso soltanto come uno strumento di misura, ma come l’elemento che trasforma il colore da percezione soggettiva a dato oggettivo, misurabile e condivisibile lungo l’intera filiera produttiva.

In un contesto industriale sempre più orientato alla tracciabilità e alla standardizzazione qualitativa, poter esprimere il colore con un numero, anziché con un’impressione visiva, rappresenta un vantaggio competitivo concreto: significa meno contestazioni, meno tempi morti e maggiore fiducia tra le parti coinvolte nella filiera.

Affidarsi a una misurazione strumentale del colore, anziché alla sola valutazione visiva, significa ridurre gli scarti, velocizzare i tempi di approvazione dei campioni e garantire coerenza cromatica lungo tutta la filiera produttiva, dalla formulazione fino al prodotto finito.

In definitiva, il valore dello spettrofotometro non è solo tecnico ma organizzativo: è lo strumento che permette a laboratori, reparti produttivi, fornitori e clienti di parlare, letteralmente, la stessa lingua del colore.

FAQ

Quanto costa uno spettrofotometro?

Il costo di uno spettrofotometro varia sensibilmente in base alla tipologia, alla geometria di misura e al livello di prestazioni richiesto. Gli spettrofotometri portatili destinati al controllo in produzione o sul campo hanno generalmente un costo di accesso più contenuto, mentre gli strumenti da banco per il laboratorio, dotati di sfera integratrice e maggiore risoluzione spettrale, richiedono un investimento più elevato. Incidono sul prezzo anche fattori come la geometria di misura (d/8, 45/0), l’eventuale componente speculare inclusa o esclusa, la connettività con software di gestione colore e il livello di accuratezza richiesto dal settore di impiego. Per un’azienda industriale, la scelta non dovrebbe basarsi solo sul prezzo d’acquisto, ma anche sui costi di gestione, calibrazione e sull’effettivo ritorno in termini di riduzione degli scarti e dei resi per non conformità cromatica.

Differenza tra spettrometro e spettrofotometro?

Lo spettrometro è un termine più generale che indica qualsiasi strumento in grado di misurare la distribuzione dell’energia luminosa in funzione della lunghezza d’onda, anche al di fuori del campo del colore. Lo spettrofotometro è invece uno strumento specifico che, oltre a scomporre la luce, la mette in relazione con l’intensità di una sorgente di riferimento, calcolando in modo diretto valori di riflettanza o trasmittanza. Nell’ambito della colorimetria industriale, quando si parla di misurazione del colore, il riferimento corretto è sempre lo spettrofotometro, poiché è l’unico strumento in grado di fornire dati spettrali utilizzabili per calcolare coordinate colorimetriche standardizzate come le CIELab.

Qual è il miglior spettrofotometro?

Non esiste uno spettrofotometro migliore in assoluto, ma uno strumento più adatto in base al contesto applicativo. In laboratorio, per la formulazione e la validazione degli standard cromatici, è preferibile uno spettrofotometro da banco con sfera integratrice, capace di garantire la massima ripetibilità. In produzione, dove servono rapidità e mobilità, uno spettrofotometro portatile risulta più funzionale, a patto che offra una precisione adeguata al settore di riferimento. Altri criteri decisivi sono la geometria di misura più adatta al tipo di superficie, la compatibilità con il software di gestione colore già in uso in azienda e la disponibilità di un servizio di assistenza e calibrazione affidabile nel tempo.

Differenza tra colorimetro e spettrofotometro?

Il colorimetro misura il colore attraverso tre soli canali, corrispondenti agli stimoli percepiti dall’occhio umano per il rosso, il verde e il blu, restituendo un dato colorimetrico sintetico ma meno dettagliato. Lo spettrofotometro, invece, acquisisce l’intera curva spettrale del campione su un numero di punti nettamente superiore, minimo 16, offrendo una descrizione molto più completa delle proprietà ottiche del materiale. Esiste anche una categoria intermedia, lo spettrocolorimetro, che lavora mediamente su 8 punti di misurazione. Questa differenza si traduce in un vantaggio pratico determinante: solo lo spettrofotometro consente di ricalcolare i dati colorimetrici sotto illuminanti diversi e di rilevare fenomeni come il metamerismo, per questo è lo strumento di riferimento nei contesti industriali dove la precisione cromatica è un requisito di qualità.

A cosa serve il bianco nello spettrofotometro?

Il riferimento bianco è una piastrina di ceramica o PTFE, certificata e tracciabile, utilizzata come base di calcolo per tutte le misurazioni successive dello strumento. Poiché lo spettrofotometro lavora in modo relativo, confrontando la luce riflessa dal campione con quella riflessa da un riferimento noto, il bianco rappresenta il valore massimo di riflettanza rispetto al quale vengono espresse in percentuale tutte le altre letture. Senza questo riferimento, lo strumento non avrebbe una base stabile per calcolare in modo coerente i dati spettrali, e le misure risulterebbero non confrontabili tra sessioni, operatori o strumenti diversi, compromettendo l’affidabilità del controllo qualità cromatico.

Quali sono le due grandezze spettroscopiche che lo spettrofotometro è in grado di misurare?

Lo spettrofotometro misura fondamentalmente due grandezze: la riflettanza, cioè la percentuale di luce riflessa da un materiale opaco o semi-opaco rispetto alla luce incidente, e la trasmittanza, cioè la percentuale di luce che attraversa un materiale trasparente o semi-trasparente. Entrambe le grandezze vengono calcolate lungo l’intero spettro del visibile e costituiscono la base per tutti i calcoli colorimetrici successivi, dalle coordinate CIELab agli indici di differenza colore. La scelta tra le due modalità di misura dipende dalla natura fisica del campione: la riflettanza si utilizza per vernici, tessuti e plastiche opache, mentre la trasmittanza è indicata per vetri, film e liquidi.

Qual è la differenza tra spettroscopia e spettrofotometro?

La spettroscopia è la disciplina scientifica che studia l’interazione tra la radiazione elettromagnetica e la materia, comprendendo un insieme molto ampio di tecniche e strumenti applicati in fisica, chimica e altre scienze. Lo spettrofotometro è invece uno strumento specifico che applica i principi della spettroscopia alla misurazione quantitativa della luce riflessa o trasmessa da un campione. In altre parole, la spettroscopia rappresenta il quadro teorico e metodologico di riferimento, mentre lo spettrofotometro è uno degli strumenti pratici con cui questa disciplina trova applicazione concreta, in particolare nel campo della colorimetria industriale dedicata al controllo del colore.

Chi ha inventato lo spettrofotometro?

Il brevetto dello spettrofotometro viene registrato nel gennaio 1935 da Arthur C. Hardy, ricercatore del Massachusetts Institute of Technology, che sviluppò il primo strumento in grado di registrare automaticamente le curve spettrali di riflettanza e trasmittanza dei materiali. Negli anni successivi il settore ha conosciuto importanti evoluzioni: nel 1941 Arnold Beckman introdusse i primi spettrofotometri commerciali per uso analitico, mentre a partire dal 1967 gli strumenti iniziarono a essere collegati ai calcolatori digitali, aprendo la strada all’elaborazione automatica dei dati colorimetrici. Dalla fine degli anni Settanta, la diffusione dei microprocessori ha reso possibile la miniaturizzazione degli strumenti, dando origine ai moderni spettrofotometri portatili oggi utilizzati in ambito industriale.

Cosa significa azzerare lo spettrofotometro?

Azzerare lo spettrofotometro significa eseguire una procedura preliminare di calibrazione in cui lo strumento misura due condizioni di riferimento note: l’assenza di luce riflessa, ottenuta con una trappola di luce, e la massima riflessione nota, ottenuta con la piastrina di riferimento certificata. Questa operazione permette allo strumento di definire i due estremi della propria scala di misura, correggendo eventuali derive dovute a variazioni della sorgente luminosa, all’usura dei componenti ottici o alle condizioni ambientali. L’azzeramento va ripetuto a intervalli regolari, secondo le indicazioni del produttore, per garantire che le misurazioni restino accurate e confrontabili nel tempo.

Qual è la differenza tra uno spettroscopio e uno spettrofotometro?

Lo spettroscopio è uno strumento ottico che permette di osservare e scomporre la luce nelle sue componenti spettrali, principalmente a scopo qualitativo, senza fornire una misurazione quantitativa precisa dell’intensità luminosa alle diverse lunghezze d’onda. Lo spettrofotometro, invece, non si limita all’osservazione ma quantifica con precisione l’intensità della luce riflessa o trasmessa, restituendo dati numerici utilizzabili per calcoli colorimetrici oggettivi. Questa differenza è determinante in ambito industriale: mentre lo spettroscopio ha soprattutto un valore didattico o diagnostico preliminare, solo lo spettrofotometro fornisce i dati necessari per il controllo qualità del colore e per la sua standardizzazione lungo la filiera produttiva.

Che cos’è un rivelatore di spettrofotometro?

Il rivelatore è il componente dello spettrofotometro incaricato di convertire la luce raccolta dalla sonda in un segnale elettrico misurabile. Nella maggior parte degli spettrofotometri per applicazioni colorimetriche, questa funzione è svolta da fotodiodi al silicio o da array di sensori, ciascuno dedicato a una specifica porzione dello spettro visibile dopo la scomposizione operata dal monocromatore. Maggiore è il numero di elementi del rivelatore, più dettagliata risulta la curva spettrale ottenuta. Il segnale elettrico generato viene poi digitalizzato ed elaborato dal software dello strumento, che lo traduce nei valori di riflettanza o trasmittanza e, successivamente, nelle coordinate colorimetriche utilizzate per il controllo del colore.

A cosa serve l’azzeramento contro il bianco in uno spettrofotometro?

L’azzeramento contro il bianco serve a stabilire il valore di riferimento massimo di riflettanza rispetto al quale lo strumento esprime tutte le misurazioni successive in termini percentuali. Diversamente dalla procedura generale di azzeramento, che comprende anche la calibrazione sul nero, questo passaggio specifico compensa le variazioni della sorgente luminosa e delle componenti ottiche interne, garantendo che due spettrofotometri diversi, calibrati sullo stesso riferimento certificato, restituiscano risultati sovrapponibili. Per questo motivo, l’uso di piastrine di riferimento tracciabili e periodicamente ricertificate è una condizione indispensabile per mantenere l’affidabilità metrologica dello strumento, soprattutto quando le misurazioni vengono confrontate tra siti produttivi o fornitori diversi.

Che cos’è uno spettrofotometro in carrozzeria?

In carrozzeria, lo spettrofotometro è lo strumento utilizzato per identificare con precisione la tonalità originale della vernice di un veicolo, anche in presenza di variazioni cromatiche dovute all’invecchiamento, all’esposizione UV o a precedenti interventi di verniciatura. Grazie alla misurazione spettrale della superficie verniciata, lo strumento permette di individuare la formula di ripristino più vicina al colore reale, riducendo il margine di errore rispetto alla sola valutazione visiva del colorista. L’impiego di spettrofotometri portatili in questo contesto risulta particolarmente efficace, poiché consente di eseguire la misurazione direttamente sul veicolo, in officina, senza dover prelevare campioni o interrompere il flusso di lavorazione.

Cos’è il delta E in uno spettrofotometro?

Il delta E è l’indice numerico che esprime la differenza percepita tra due colori misurati con lo spettrofotometro, calcolato a partire dalle rispettive coordinate nello spazio colore CIELab. Un valore di delta E prossimo allo zero indica una corrispondenza cromatica pressoché perfetta, mentre valori crescenti segnalano uno scostamento via via più evidente rispetto allo standard di riferimento. Nei processi industriali, il delta E viene utilizzato per definire soglie di tolleranza oggettive, oltre le quali un lotto di produzione viene considerato non conforme. Le formule più diffuse per il suo calcolo, come il delta E CIE94 o CIEDE2000, tengono conto in modo più accurato della percezione visiva umana rispetto alla formula originaria.

Come si calibra uno spettrofotometro?

La calibrazione di uno spettrofotometro prevede in genere due fasi principali: la misurazione di una trappola di luce o di una condizione priva di riflessione, per definire lo zero dello strumento, e la misurazione di una piastrina di riferimento bianca certificata, per definire il valore massimo della scala. Questa procedura, generalmente guidata dal software dello strumento, va eseguita all’accensione e ripetuta a intervalli regolari durante l’uso, secondo le indicazioni del produttore. È inoltre buona prassi sottoporre periodicamente lo strumento a verifiche metrologiche più approfondite, utilizzando set di piastrine colorate certificate, per assicurarsi che la calibrazione resti stabile nel tempo e confrontabile tra reparti, sedi e fornitori diversi.

Qual è la sorgente luminosa di uno spettrofotometro?

La sorgente luminosa, o illuminante, è il componente che genera la luce utilizzata per illuminare il campione durante la misurazione. Negli spettrofotometri per applicazioni colorimetriche vengono generalmente impiegate lampade allo xeno pulsate, lampade alogene o sorgenti a led, ciascuna con caratteristiche diverse in termini di stabilità, durata e distribuzione spettrale dell’energia emessa. Poiché la percezione del colore dipende anche dal tipo di luce con cui un oggetto viene osservato, il software dello strumento consente di simulare matematicamente il comportamento del campione sotto diversi illuminanti standard, come D65 o A, permettendo di individuare eventuali fenomeni di metamerismo prima che il prodotto raggiunga il cliente finale.

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